"SPACE OF SKY"
- 7 lug 2015
- Tempo di lettura: 18 min
Aggiornamento: 14 dic 2022
Mostra Fotografica di Maria Luisa Dilillo
“Qualcuno che la sa lunga mi spieghi questo mistero: il cielo è di tutti gli occhi di ogni occhio è il cielo intero”.
E chissà, se poi quel mistero sarà stato spiegato allo scrittore Gianni Rodari. Chissà…!
Quando ero piccola, come tutti i bambini, amavo giocare per strada. Lì, in quello “spazio aperto” sentivo di essere scopritore di un “nuovo mondo”, che seppur non portandomi tanto lontano da lì, mi permetteva di raggiungere le vette più alte.
Già, lontano non mi portava, ma più vicina al mio essere sicuramente si. A quell’età il sentire si traduce in vivere. E così, scopri da quale tempra nasce la forza per una corsa, di che tessuto è fatto lo slancio di una capriola, qual è la chiave che ci smuove per un salto, da quale balsamo il coraggio è fatto quando ci si rialza dopo una caduta, quale essenza c’è nella serenità di starsene seduti su un gradino, che suono ha la gioia di una risata e di quali colori si veste il tempo nella fantasia di un bambino.
Senti così, che la libertà nasce da una piccola concessione verso se stessi, che sentirsi adulti è poter essere padroni del proprio spazio, che la curiosità è nave che ti permette di salpare nel mare della conoscenza e che crescere è vivere il proprio tempo, perché vivere per un bambino è giocare, e giocare è vivere.
E tra i tanti giochi che mi piacevano fare, ce n’era uno che più che fare, mi piaceva osservare: “le figurine dei calciatori Panini”.
Quando vedevo mio fratello giocare con i suoi amici, come catturata da chissà quale forza misteriosa mi avvicinavo a loro, che girandosi verso di me mi invitavano a giocare. Bèh, in realtà non erano proprio convinti del loro invito, ma io si, lo ero. Così, li guardavo e scuotendo il capo, gli rispondevo di no. E non perché fosse un gioco da maschietti, ma perché nell’osservare potevo captare meglio ogni segreto, che si celava nella forza di un soffio, di un mignolo o di uno schiaffo di mano sull’asfalto, tale da permettere alla figurina o al mucchietto di figurine leggermente piegate di potersi girare ed essere così, vera conquista di un giocatore.
Accanto a loro e come loro, seduta anch’io sul gradino del marciapiede, osservavo nel silenzio ogni più piccolo ed impercettibile movimento, ma soprattutto quale forza invisibile e meccanica sottile ci fosse tra quei piccoli implacabili giocatori e quei volti di campioni del calcio tanto ammirati su quelle preziose figurine.
Dopo, c’era chi gioiva mettendosi un bel mucchietto di figurine vinte nella tasca dei pantaloncini, chi triste per le figurine perse magari anche quella del proprio calciatore preferito e chi perplesso e con veemenza chiedeva la rivincita a tutti i costi. Poi, c’era chi come me, che pur essendo stata una
semplice spettatrice, si sentiva misteriosamente parte integrante di quel gioco.
Si, proprio così. I bambini sanno sempre di essere nel posto giusto al momento giusto, perché il loro sentire è bussola nei loro piccoli passi. Ed ogni loro passo è parte integrante, che entra come “elemento essenziale di un tutto”. Per un bambino, ciò che conta è “Essere”. Vincitore, perdente o spettatore conta “solo nell’istante in cui si vive quel momento”. Dopo, tutto si rimette in gioco e si ricomincia nel mistero di “un nuovo essere”, chissà chi questa volta.
E come, ogni cosa che ti ritorna nel tempo, eccomi qui ad essere nuovamente catturata dalla forza misteriosa di quel gioco, che è stato il passatempo di generazioni intere, compresa la mia.
“Oggi”, però, quel “gioco” ha una “veste insolita”, così come “il suo giocatore e le sue figurine”. La spettatrice, però resta sempre la stessa. Chissà, perché!
Il gioco ha inizio. Unitevi a me, se vi va. Tanto di spazio c’è ne!
Si fa “marciapiede” il pavimento in pietra di uno spazio chiuso, che nel ricordo di un vecchio gioco d’infanzia, si trasforma in “spazio aperto” da vivere. Sarà, perché “le pareti dell’atelier di un’artista” sono “intrise di fantasia”, dove “tutto è possibile”. Quel suo atelier con le pareti ad arco è la “sua stessa anima”, nel suo colore in un “costante divenire”. E’”cielo” che “cambia”, al “cambiare” del “suo respiro”. E’ “suono” del “suo stesso nome”.“
“Uno, due, tre… sei … otto e nove”. Qui, è l’artista Maria Luisa Dilillo, con le sue fotografie di “Space of Sky”. Qui, si risveglia il mio “amarcord”.
Seduta sul “gradino del marciapiede” nato dalla mia fantasia, mi lascio catturare dalla forza misteriosa di un volto di un bambino con la testa fra le nuvole. Sorrido e mi sorride. Beffardo a tratti mi appare, quel suo sorriso sereno. Magnetico, il riflesso del suo sguardo su di me. L’osservo e mi osserva. Fiero ed incisivo. Uno scavarmi dentro il suo, ma indolore e senza cicatrici. Un invito ad entrare e ad uscire nello stesso preciso istante. Una porta d’aprire nel posto del dove e nella terra del momento. (Vedi foto n. 1)

Foto n.1
“Chi sono io?”. Suona la mia domanda, come campanello a quella “porta celeste”, che attende solo il varcare della sua soglia. Si apre. Incipit, ora il mio passo in quello “Spazio di Cielo” che sa di possibilità,
che sa di “Oltre l’Altrove”.
Leggero, il mio prender terra. Leggero, il mio passo che orme ora non lascia, ma solo echi di coraggio come invito al cammino nella Terra dell’Anima. Lì, è iniziazione il sentire l’essenza di ogni cosa a piedi nudi. Lì, il respiro della terra lo senti nel suo soffiare, poiché nel suo candore e come argilla tra le mani, plasma di linfa vitale ogni foggia. Una stella tra le mie mani svela ogni forma e colore nel suo donar luce intorno a me. Mi avvolge il suo tepore e mi veste d’evanescenza, come fosse la mia seconda pelle. E più cammino, e più si denuda la terra ai miei occhi esploratori, che ora fontane d’acqua di meraviglia vedono nei suoi pori. Nel protendermi, la vita a me si confessa. E così, ritorno all’origine. (Vedi foto n. 2)

Foto n.2
“Ab Ovo”: dall’uovo.
Sì. Sono nell’uovo. Sono nel momento iniziale dove nasce la vita. Sono nel punto in cui si manifesta ogni cosa. Sono dal principio e dal principio sono. Sono nel grembo dell’Universo: eterea scatola di grandezze. E nel suo brio ritrovo e riscopro le mie vere radici e il mio respiro primordiale.
Cullata da un silenzio indefinito, giungo sempre più nei “meandri della terra”. Ora, dinanzi a me, quel che scopro è “ricchezza inestimabile”. Un dedalo delicato mi conduce nella superficie di contatto fra acqua e terra, fino ad addentrarmi in quel mondo umido ed anfibio che sa di “madrepatria”.
Misteriose gocce scendono su di me. Cerco d’asciugarmi da esse, ma l’iride dei miei occhi ormai dissetano. Vedo. Ora, sento la sua grazia in me. Ora, apprezzo la sua benedizione su di me. Ora, essere che vede lontano nello spazio e nel tempo sono. Ora, per tempo prevedo ciò che avverrà e ad esso il mio agire conforme con saggezza sarà.
Sarà lungimiranza? Lungimiranza sarà!
A domanda nasce risposta. All’unisono. Poi, nel linguaggio degli umani, la canto. Nel linguaggio degli innamorati, la sussurro. Nel linguaggio del divino, la vibro. Solenne la parola nel suo tono. Sacro il suo svelarsi a me. A me che ora, miro lontano e agisco in modo da creare ogni più favorevole condizione, per conseguire il mio bersaglio. E’ freccia invisibile il mio vedere ora, che cela in sé potenza e virtù infinite.
Diretto ed incisivo, sento di essere nella centralità di ogni cosa. Uno scivolare dentro il movimento stesso, per capirne ogni più piccolo, niveo e leggero segreto. Piccolo, come me in quella grande e smisurata profondità prima d’ora sconosciuta. Niveo, come parte delle creature che lo animano. Leggero, come la fluidità che anima il loro ed il mio movimento. (Vedi foto n.3)

Foto n.3
“Ex-moveo”: emozione.
Sono sul picco più potente dell’animo. Sono nella piena più straordinaria dell’emozione. E di cotanta emozione il mio essere ora si anima. E sento, così, il convergere di due forze intense, che pur andando nello stesso punto, si muovono da direzioni diverse: una interiore e l’altra esteriore. Una, la mia e l’altra, l’Universo. E là dove finisce la mia forza, inizia la forza dell’Universo. E là dove finisce la forza dell’Universo, inizia la mia forza. E viceversa, così, in un continuo andirivieni.
E perché ci sia davvero un andirivieni, ci concediamo udienza da entrambe le parti, come in un perfetto convivio, per poi lasciarla sgorgare nella purezza della nostra più vera libertà.
“Aequilibrium”: equilibrio.
Qui, nella quiete del mio essere sento più forte il movimento delle nostre forze. Un’onda potente, veloce e tubante è pronta per travolgermi. Quasi fosse lì, ad attendermi. Ci sono. Ora, cavalco quell’onda nella stabilità del mio essere. Sento un vento baldo, che nel suo soffiare vigoroso, anima ancor più lo spirito di quell’onda sollevandola. E la vedo, quasi fosse una creatura vivente dalla fisionomia mutabile. Paura non mi fa, ma fermezza mi da. Così, bilancio ogni parte del mio corpo, per compensare le azioni, che si esercitano su di me. Ed in un momento che vale ogni sempre e nel silenzio che dona lume, fermo il mio piede sinistro a poppa della mia tavola da surf e apro le mie braccia nella piena fiducia e coscienza di me stessa e della vita. (Vedi foto n.4)

Foto n.4
“Panta Rei”: tutto scorre.
Tutto è un perpetuo scorrere. Tutto è un costante divenire. Tutto è in perenne movimento. Poi, la parola d’improvviso si fa Mantra. Semplice da pronunciare, difficile da comprendere. Ma continuo a ripetere. E ripeto, ripeto, ripeto … M’immergo nel suo suono, che ora vibra nel mio corpo. Sento. E’ il risveglio del mio Essere, che riecheggia nel mio corpo. Vedo. E’ l’immenso della mia anima, che risuona nel mio corpo. Capisco. E’ l’energia primordiale, che genera la vita.
Qui ed ora, comprendo che c’è “un altrove sospeso” da vivere. Dove non c’è tempo e non c’è spazio, ma solo infinito da respirare. E respiro, respiro, respiro … Nel suo ritmo armonico, soave ed aggraziato percepisco quel che c’è “nel presente”.
“Crisalide” mi appare il mio corpo “d’oro” avvolto. Qui, “atelier” di nuove creazioni. Ora, leggera in esso assisto alla mia “trasformazione”: “concedo” alla mia anima di splendere e risplendere nel lindore del suo “Essere” e verso la più “alta forma di spiritualità”. (Vedi foto n. 5)

Foto n.5
“Horizon”: orizzonte.
Sono, a due passi dal “Cielo” … “Nuovo mondo”. Da qui, suggestiva la mia presenza, col mio solo “essere”. Ora, al mio solo guardare, s’illumina di cristallino il “cerchio di confine”. “Linea d’orizzonte” la chiamano da la giù. “Vecchio Mondo”… A due passi dalla “Terra”, sono.
Nel dove eterno ed infinito, l’anima beata riscopre il suo “baricentro”, ormai dimenticato. Si. Sono nel centro dei “due mondi”. Da qui, siedono i miei occhi sul davanzale di un terrazzo, mentre si posa il mio sguardo sulla linea d’orizzonte, che immaginaria si rivela. Non è spazio definito quel che credevo, ma in perpetuo movimento e sempre in equilibrio al mio sguardo, che si sposta ora vicino, ora lontano e dove vuole condursi in questa mai sentita, mai provata e mai vista immensità.
Sa di vento ribelle il mio sbattere di ciglia dal mio speciale davanzale. Da qui, guardo lontano ed in profondità osservo. Scruto tra gli astri con occhio amorevole. Speculare la mia vista in questo preciso momento, e penso sia uno scherzo. Ma l’Universo con voce sottile rivela a me, che non è scherzo il concedere alla “bellezza del Creato” d’ammirarsi allo “specchio di Dio”. Scolpite di luce quelle parole nella mia anima. Compenetrano e contemplo: “Da un suo riflesso nasco io”. (Vedi foto n. 6)

Foto n.6
“Fatum”: fato.
Estasiata da quel che i miei occhi vedono, mi conduco ancor più lontano. Mi alzo dallo speciale davanzale e salgo scale fatte da nuvole. “Che strano!”- mi dico. Ma di stano qui, c’è ben poco, quanto niente. Sorrido e continuo a salire affascinata da quell’altezza, così tanta e così piena. Sento in me una vertigine. E’ il far capolino di una libertà conquistata dal pensiero sulla vastità dell’Universo.
Di gioia il mio cuore si riempie e nel mentre dinanzi ai miei occhi si apre uno spettacolo che sa di capolavoro. E come sipario di un teatro … Sono, nella “volta celeste”. Sono, sul soffitto della casa di Dio. Sono … Cielo!
“Tutto” da raccontare ha il presente “spazio siderale”, per la qui presente ormai pronta ad ascoltare. “Nulla è per caso”- il suo dire a me. Ciò che è detto è presagio. E’ storia scritta tra gli astri e la si legge al mio semplice stare.
Si perde all’alba dei tempi, la “storia antica della vita”, compresa la mia. Già decisa da Dio, che i suoi migliori Dei radunò. Svelò loro ogni mia virtù, affinché potessero scegliere il sole più caldo, la luna più dolce e la stagione più avvolgente per il mio crescere. Infine, Dio raccolse un pugnetto di polvere di firmamento, per illuminare i miei passi lungo il cammino della vita. Poi, unì ogni elemento e ci soffiò su: il respiro mi donò. Una sua lacrima cadde su di me, dono di sapienza e battesimo al mio nascere.
Ringrazio Dio, per quel che ora so. Ma di quel che non so, ne faccio gioco da creare. (Vedi foto n. 7)

Foto n.7
“Tersus”: terso.
Terso il mio cielo adesso, come tersa la mia anima, che si ridesta da pensieri e sentimenti ormai sopiti. Spazza via quel dolce vento, zone d’ombra tanto vacue. Prive di toni e contenuti e pur mancanti in qualità e sostanza. A mano a mano, limpida e lucente si mostra ai miei occhi consapevoli tra l’Infinito il cammino della vita. E’ sapere ogni passo in luogo d’anima. La mia vita, la mia stella. (Vedi foto n. 8)

Foto n.8
“Astrum”: stella.
Alchimista il mio Dio, trasforma in sprazzi di luce ogni suo soffio. Aggrappata ad esso come nastro luminescente, splende d’amaranto il petto del cielo. Nel suo, il mio. Ora, vestita d’anima, m’illumino ed il mio corpo celeste nel gioco di luce, riconosco. Farò nella mia vita di ogni meraviglia vissuta qui, “Stella Polare”. (Vedi foto n. 9)

Foto n.9
Scendo giù, in profondità. Tocco terra. Porta alle mie spalle. Chiusa. Qui ed ora, io so chi sono. “Space of Sky” le fotografie di Maria Luisa Dilillo. Notte interiore ad oriente nelle mie nuove ore di luce.
E’ il freddo del pavimento sotto la pianta dei miei piedi, a svegliarmi dalla meraviglia di un sogno, che ha in sé tutte le fragranze di un vero e proprio viaggio. Alzo lo sguardo e ringrazio il cielo, che qui ed ora è per me nel soffitto di quell’atelier d’arte.
Ritorno al punto di partenza e cerco il volto di quel bambino con la testa fra le nuvole. Sorrido io ora beffarda, a quel suo sorriso sereno. Complice, il riflesso del mio sguardo su di lui e con lui. Lui, che come il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, mi ha condotta “in altro luogo”. Dove magia ed incanto sono compagne ammiccanti, per la curiosità di ogni piccolo lettore. E come ogni favola che si rispetti, anche nelle fotografie di “Space of Sky”, vi sono ricchi significati e rimandi simbolici.
Nel ventre della Madre Terra trovo le radici della vita, ma ancor più ritrovo l’albero della Bodhi. L’antico fico sacro dove Siddhartha meditando giunse all’illuminazione. Acquisendo poi, il nome di Buddha, l’Illuminato e divenendo così, Maestro del Buddismo.
“Ashwattha” è il nome che i buddisti danno all’albero. La parola Ashwattha ha una radice sanscrita “shwa” che significa “domani”, ed una particella negativa “tha”, che significa “quel che resta”. L’albero di Bodhi è sacro non solo ai buddhisti, ma anche ai gianisti e agli induisti. Infatti, secondo questi ultimi, il nome dell’albero significa “quel che non resta uguale domani”, proprio come l’Universo.
Osservo la fotografia. E’ come se avessi due punti di vista nello stesso momento. Uno, sono nella fotografia. L’altro, sono fuori dalla fotografia. Uno, sono protagonista. L’altro, sono spettatrice. Uno, sono nel basso. L’altro, sono dall’alto. Si, le nuvole in primo piano mi danno la sensazione di essere affacciata alla ringhiera di un balcone, dalla quale i miei occhi sono lì ad osservare tutto ciò che avviene, senza intervenire.
Il fico è simbolo di fertilità e generosità della natura. Le foglie cosparse sul terreno, fanno da lenzuolo a quel corpo animato, nella sua anima più intima. C’è una vita che dorme, ma nel suo silenzio crea. E’ un’atmosfera sospesa che genera e rigenera nella pace di ogni respiro di vita. E’ l’autunno dell’anima, la stagione che ogni vita attraversa. E’ sottile trasformazione: “è quel che non resta uguale domani”.
La frase preannuncia il senso del “divenire”. Il mutamento che non è mai statico, ma è pura metamorfosi. Infatti, il significato è ben rappresentato nella fotografia successiva. Dove, il bambino che cammina in secondo piano sulla destra, è il prosieguo del bambino fermo in primo piano sulla sinistra. A guardarli danno il senso del movimento, fatto da quello stesso bambino, come “essere in divenire”. Un po’ come, le sequenze di un cartone animato, che ricreano il movimento del soggetto disegnato. Sottolineato anche dall’ambientazione marina. L’acqua che è un continuo fluttuare.
L’incanto e la magia, che si respira in quella fotografia è straordinario. Il bambino in primo piano mi ricorda un capo sioux raccolto nel tirare il suo arco. Mentre il bambino in secondo piano, mi ricorda un funambolo circense, che cammina in equilibrio su una fune. Anche se, ed in realtà, camminare sull’equilibrio è il vero segreto. La fune, simboleggia solo l’equilibrio. E’ memorandum, di ciò che è talmente sottile ed impercettibile. Chi riesce a camminarci su, è dote che ha conquistato.
La conquista del proprio equilibrio è vittoria interiore per ogni uomo. Ma è anche qualcosa di più. E’ centralità e potenza. E lo sa bene ogni surfista, che nella passione del proprio sport ne assapora il suo senso. Quel senso, che nella vita di ogni giorno, si dovrebbe avere. Ed è come lui, che si dovrebbe procedere. Essere padroni del proprio spazio e centrati nel proprio fare in quel preciso momento.
Il surfista, in fotografia, ricorda un po’ un eroe mitologico. Raffigurato con una corona, una collana e dei bracciali di ghianda di quercia. Essa, per molti popoli fin dai tempi antichi, era considerata simbolo di vita, di fertilità, di salute e virilità. Inoltre, l’imponenza del suo essere è rappresentata nel momento dell’azione, che si sta svolgendo in quel preciso istante. Resa evidente anche dalle foglie, raffigurate nell’eleganza e nella libertà del loro movimento.
Il divenire, così come il mutamento, si manifestano nello scorrere del tempo. Il termine “divenire” deriva dal latino “devenire” ed è composto dalla parola “de”, che indica un “moto dall’alto” e dalla parola “venire”, che indica il “venir giù”. Il divenire comporta un cambiamento sia nello spazio e sia nel tempo.
Eraclito, filosofo greco, sosteneva che era impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume, poiché dopo la prima volta, il fiume nel suo scorrere e l’uomo nel suo divenire, non sono più gli stessi. L’armonia delle cose sta proprio nel suo continuo mutamento. Quindi, poiché ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione, il divenire è condizione necessaria dell’Essere e della vita.
Suggestiva si presenta ai miei occhi la fotografia: un bambino nel suo divenire e avvolto dall’acqua nel suo scorrere. Un tuffo all’anima, dove ogni concetto filosofico, qui acquista forma e colore, oltre a movimento e volto.
Il “divenire” è figlio della “trasformazione”. E nel suo accadere è “cerimonia”, per ogni creatura vivente. Qui, la cerimonia è accompagnata dal suono del “palo della pioggia” o “palo de lluvia” in spagnolo. Strumento musicale antico e tipico dell’America centro – meridionale, Africa e Oceania.
Le conchiglie e le pietruzze sminuzzate, vengono inserite con la sabbia nel tubo, che con il loro movimento urtano le spine del tubo di cactus, fino a farle vibrare e a creare delicati suoni, che ricordano il rumore dello scorrere dell’acqua. Da qui, nasce il suo nome: il suo suono somiglia appunto allo scrosciare della pioggia, dell'acqua corrente e del mare con le sue onde e la sua risacca. Il palo della pioggia pur avendo origini antichissime è ancora oggi utilizzato non solo per scopi musicali, ma anche in cerimonie religiose, propiziatorie per il raccolto e per la cura delle malattie del sistema nervoso. Conferendo così, al suo suono rilassante, poteri magici.
Osservo la fotografia. E’ come se stessi all’interno della “crisalide”. E’ come se fossi “nel suo aver luogo”. E’ come se stessi vivendo la “trasformazione”. E da qui, comprendo, che il mio corpo è crisalide da vivere. Preziosa concessione alla mia anima di esprimersi e di raggiungere una perfezione superiore. Fino a poter vivere le sottili affinità segrete e mistiche tra mondo visibile e mondo invisibile. Punto d’incontro tra tempo ed eternità.
Infatti, per gli antichi la crisalide aveva un grande valore. Già, nel suo nome etimologico è possibile ritrovare un affinità con l’alchimia. Il termine crisalide deriva dal greco “chrusos” che significa “oro”. Alcuni lo associano al fatto, che nello stato larvale la muta acquista un colore giallo oro. Ma pur essendo diversi i significati, resta comunque alta la considerazione, che gli antichi hanno di tale processo della natura così misterioso e della forma di vita che da esso nasce, seppur breve: la farfalla.
Secondo una credenza popolare greco – romana, la farfalla è considerata simbolo dell’anima libera dalla materia del corpo. Nuovamente riconduce alla massima alchemica, che ciò che continuamente si trasforma non deperisce, ma rende eterni.
Qui, nella leggerezza del mio corpo, la mia anima si libera in volo. Ora, assaporo il cielo ed ogni suo mistero. Surreale la fotografia. E’ come trovarmi di fronte ad uno specchio, che mi parla nella lingua del Kibalion: “Com’è al di sopra, così è al di sotto; com’è sotto, così è sopra”.
E fu proprio Ermete Trismegisto grande astronomo, alchimista e filosofo di origine greco – egizia a trattare e trascrivere nel Kybalion, gli antichi insegnamenti dell’ermetismo, tra i quali anche l’antica Tavola di Smeraldo. Lo scopo della sua stesura era quello di fornire le chiavi, per aprire nuove porte
della vita ed osservare il mondo con nuovi occhi. Fino a portare luce là dove i normali processi di comprensione umana non lo permettono.
Il principio suddetto, chiamato anche “principio di corrispondenza” dice, che c’è sempre “un’analogia” tra i fenomeni dei “vari piani di esistenza”: piano fisico, piano mentale e piano spirituale. Gli ermetisti consideravano questo secondo principio, la base per capire le leggi universali della creazione ed entrare così nell’essenza di ogni cosa e della vita.
Entrare nell’armonia e negli accordi fra i diversi livelli di vita e dell’essere, vuol dire fare preziosità dei segreti compresi nel viaggio verso il sottile, l’invisibile e l’ignoto. E’ vivere con coraggio il mistero della vita nel suo danzare.
Ed è con questo stato d’animo che vivo la successiva fotografia. Una danza alla vita. A quel Dio che nella sua riservatezza, si concede a chi con coraggio si prostra dinanzi a lui. Nel regale silenzio, il battito del suo cuore è alfabeto Morse.
Mi rimanda la stessa fotografia alle tavole astronomiche, dove ritrovo pianeti e costellazioni. Mentre, la stella in alto, al centro del cielo tra le nuvole, mi appare come un rosone di una cattedrale. E’ come se fosse il terzo occhio del Cielo, che mostra la sua luce sulla strada della vita. Qui ed ora, Dio mi volge il suo sguardo e porta luce sulla vita, scritta lì tra la luci del firmamento.
Il battito del proprio cuore lo si riesce ad ascoltare, quando il nostro animo vive nella serenità. In esso c’è l’intera essenza della nostra vita. E’ consapevolezza del nostro essere al mondo. La gloria di quel prezioso momento è racchiuso in uno scatto fotografico. Pochi elementi, ma ben precisi ed esplicativi: un bambino, una stella ed il cielo.
La posizione del bambino con la stella in mano, ricorda il “David” di Michelangelo. La scultura ritrae l’eroe biblico nel momento in cui si appresta ad affrontare Golia. Mentre nella fotografia, il bambino è ritratto nel momento in cui si appresta a vivere la vita. Qui, il cuore si fa stella e mostra con la sua luce, il chiarore del cielo ormai sereno. I suoi passi illuminati, proseguono nell’Infinito della vita.
La consapevolezza del nostro essere al mondo, è camminare nella vita ed essere nel suo flusso. E’ sentire quel “soffio vitale”, che crea la “vita”. E’ l’otre vuoto che soffiandoci dentro si riempie di materia aerea. E’ respiro: “forza invisibile” presente in ogni uomo ed in tutte le cose come “anima del mondo”.
E’ il respiro di Dio, che dà vita alle cose e le guida sotto la luce del cielo. E’ quel “filo rosso” che conduce verso il proprio destino. E lo sa bene il bambino in fotografia, che ormai fatto tesoro degli insegnamenti ricevuti in quel posto misterioso, è pronto a scendere sulla terra e a vivere ogni preziosità di quel viaggio, qui ed ora.
Oltretutto, egli sa che il suo cuore, come stella luminosa è legato al cielo da un nastro luminescente: etereo “cordone ombelicale” tra lui e Dio.
Un sogno quel viaggio! Continuo a pensare. Si, ma un viaggio così, riesce a farlo solo chi si libera da pesi inutili e nella leggerezza dei propri passi arriva lontano. Perché poi, solo quando ci si ferma, ci si rende conto, che la lontananza è percorrere nuove possibilità. Ogni passo è una scelta. Camminare è concessione, che facciamo alla nostra anima di raggiungere le vette più alte. E le vette più alte, li raggiunge solo chi sa guardare a terra con occhi di meraviglia. Gli stessi occhi con cui si guarda il cielo, perché lì si è più vicini al proprio essere.
Sicché comprendo, che non è testa fra le nuvole quella che ha il bambino, ma solo pezzo di cielo che la sua anima ha conquistato, dopo essersi liberato dal peso della sua sciarpa e nella leggerezza intraprende il suo cammino. Ora, quella fotografia per i miei occhi, si fa “scatola cinese”. Dove in essa trovo un senso nel senso sempre.
Poi, veloce il mio sguardo ricade su ogni fotografia. Scopro nuovi particolari, che mi svelano ancor più il fascino di quell’incredibile viaggio. In primis, la collana Masai indossata dal bambino, durante la sua ricerca.
Si narra, che il Dio di tale popolo, si riveli ad essi a seconda dell’umore: nero quando è bonario e rosso quando è irato. Ragion per cui è chiamato “Dio dei tanti colori”. Inoltre, Dio per portare il suo sostegno agli esseri umani, chiede aiuto ad alcuni esseri spirituali. Essi, fanno da medium tra gli uomini e Dio. E grazie alla loro conoscenza di rituali sacri, possono portare tra gli uomini il messaggio di Dio.
Ora, capisco ancor più la mia curiosità per quel bambino, che a momenti passava appunto dall’essere bambino a Dio Shiva in veste moderna con i suoi jeans. E che quella curiosità non era altro, che egli stesso travestito ai miei occhi da Bianconiglio. Catturata ed attratta da egli, come catturata da uno specchio. Nella sua immagine, ritrovo la mia: me stessa.
Lì, in quelle nove fotografie, che come i nove mesi di gravidanza, con le sue scoperte e le sue trasformazioni, assaporo incanto, bellezza e miracolo della vita.
Sono i toni delicati e le sfumature aggraziate di ogni singola fotografia, a far risvegliare ogni senso presente in me. A portarmi in ogni elemento e a vivere la sua trasmutazione, come alchimista di un tempo. Ed infine, ad entrare nelle stagioni e nel silenzio a saperle ascoltare.
“Non limitarti a praticare soltanto la tua arte, ma addentrati nei suoi segreti, perché questo e la conoscenza possono elevare l’uomo verso il divino”. Viva la voce di Ludwig Van Beethoven nel suo parlarmi, come una delle sue dolci melodie. Forte, nel suo trovare finalmente risposta ai perché di Gianni Rodari:
“Qualcuno che la sa lunga
Mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.
È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell'ortolano,
del poeta, dello spazzino.
Non c'è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.
Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti”.
Dio, tramanda ad ogni artista messaggi preziosi, poiché con l’entusiasmo di un bambino li trasformi in colore, forma, poesia e musica per ogni uomo. Ogni anima trova luce nella sua arte. E l’artista Maria Luisa Dilillo è sì messaggera prescelta da Dio.
Tra il Cielo e la Terra, c’è l’Uomo. Tra l’Uomo e Dio, c’è il Bambino. Tra il Bambino e Dio, c’è l’Artista.
Ah! Fuuuu …. Il marciapiede della mia fantasia, qui, non c’è più. Sorrido!
Ora, so, che mistero c’è in un soffio!
Sterpeta Fiore

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